«Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Gv 8,12

«Yo soy la luz del mundo. El que me sigue no andará en tinieblas, sino que tendrá la luz de la Vida». Jn 8,12

L'inferno esiste- El infierno existe y es eterno

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sabato 18 febbraio 2017

Cambiare l’Eucaristia è Uccidere la Chiesa - Destruir la Eucaristia es matar la Iglesia


Bellissimo programma sull'Eucaristia. Testo del dott José Galat, Rettore dell'Univeirsità La Gran Colombia di www.Teleamiga.com + Un Café con Galat, Estratto e Tradotto da: nosotrostv.co/…/destruir-la-euc…





Programa dirigido por el Dr. José Galat, presidente de la Universidad La Gran Colombia di www.Teleamiga.com 




Sulla medicina per i peccatori, le opposte ricette di Ratzinger e Bergoglio - Sobre la medicina para los pecadores, las recetas opuestas de Ratzinger y Bergoglio







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Articolo pubblicato nel blog Settimo Cielo di Sandro Magister qua 

Viste le istruzioni dei vescovi della regione di Buenos Aires – approvate per iscritto da papa Francesco –, dei vescovi di Malta, di altri vescovi ancora e da ultimo della conferenza episcopale della Germania, è ormai evidente che l'argomento principe sul quale i novatori fanno leva per giustificare la comunione ai divorziati risposati è quello adombrato in questa frase suggestiva di "Amoris laetitia", a sua volta ripresa da "Evangelii gaudium", il documento programmatico dell'attuale pontificato:
"L’Eucaristia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli".
È un'asserzione, questa, che è frequentemente associata – anche nella predicazione di Jorge Mario Bergoglio – ai pasti che Gesù consumava con i peccatori.
Ma è anche un'asserzione che è stata messa a nudo e criticata a fondo da Benedetto XVI.
Basta porre a confronto i testi dell'uno e dell'altro papa per verificare quanto siano tra loro in contrasto.
*
In papa Francesco l'associazione tra l'Eucaristia e i pasti di Gesù con i peccatori è postulata in forma allusiva e con lo studiato ausilio di note a piè di pagina:
In "Amoris laetitia" il passaggio chiave è nel paragrafo 305:
"A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa".
Al quale è agganciata la nota 351:
"In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, 'ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore' (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia 'non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli' (ibid., 47: 1039)".
Se poi si risale a "Evangelii gaudium", ecco che cosa si legge nel paragrafo 47:
"Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. […] L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli".
Anche qui con un rimando a una nota, la 51:
"Cfr Sant’Ambrogio, De Sacramentis, IV, vi, 28: PL 16, 464: 'Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre un rimedio'; ibid., IV, v, 24: PL 16, 463: 'Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati'; San Cirillo di Alessandria, In Joh. Evang. IV, 2: PG 73, 584-585: 'Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere – chi conosce i suoi delitti?, dice il salmo – voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità?'".
*
In Joseph Ratzinger teologo e papa, invece, ci troviamo in presenza di un'argomentazione serrata, mirata a provare l'insostenibilità dell'associazione tra l'Eucaristia e i pasti di Gesù con i peccatori, con le conseguenze che ne derivano.
Ecco come egli sviluppa tale argomentazione nelle pagine 422-424 del volume XI dei suoi Opera Omnia, "Teologia della Liturgia", pubblicato nel 2008 a cura dell'attuale prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Gerhard L. Müller:
"La tesi secondo cui l'Eucaristia apostolica si ricollega alla quotidiana comunità conviviale di Gesù con i suoi discepoli […] viene in ampi circoli radicalizzata nel senso che […] si fa derivare l'Eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori.
"In tali posizioni si fa coincidere l'Eucaristia secondo l'intenzione di Gesù con una dottrina della giustificazione rigidamente luterana, come dottrina della grazia concessa al peccatore. Se infine i pasti con i peccatori vengono ammessi come unico elemento sicuro della tradizione del Gesù storico, si ha per risultato una riduzione dell'intera cristologia e teologia su questo punto.
"Ma da ciò segue poi un'idea dell'Eucaristia che non ha più nulla in comune con la tradizione della Chiesa primitiva. Mentre Paolo definisce l'accostarsi all'Eucaristia in stato di peccato come un mangiare e bere "la propria condanna" (cf. 1 Cor 11, 29) e protegge l'Eucaristia dall'abuso mediante l'anatema (cf. 1 Cor 16, 22), appare qui addirittura come essenza dell'Eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare. Essa viene interpretata come il segno della grazia incondizionata di Dio, che come tale viene offerta immediatamente anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti, una posizione che, comunque, ha ormai ben poco in comune anche con la concezione che Lutero aveva dell'Eucaristia.
"Il contrasto con l'intera tradizione eucaristica neotestamentaria in cui cade la tesi radicalizzata ne confuta il punto di partenza: l'Eucaristia cristiana non è stata compresa partendo dai pasti che Gesù ebbe con i peccatori. […] Un indizio contro la derivazione dell'Eucaristia dai pasti con i peccatori è il suo carattere chiuso, che in questo segue il rituale pasquale: come la cena pasquale viene celebrata nella comunità domestica rigorosamente circoscritta, così esistevano anche per l'Eucaristia fin dall'inizio condizioni d'accesso ben stabilite; essa veniva celebrata fin dall'inizio, per così dire, nella comunità domestica di Gesù Cristo, e in questo modo ha costruito la 'Chiesa'".
*
È evidente che da questa argomentazione di Ratzinger deriva il divieto della comunione ai divorziati risposati, e non solo ad essi: divieto che ha trovato chiara espressione nel suo magistero da papa, come già nel magistero dei suoi predecessori.
Così come non sorprende che dalle asserzioni allusive di papa Francesco derivino interpretazioni favorevoli alla comunione ai divorziati risposati: interpretazioni da lui stesso non solo consentite, ma esplicitamente approvate.
Il contrasto c'è. E a giudicare dagli argomenti di Ratzinger non è solo pratico, "pastorale", ma tocca i pilastri della fede cristiana.


venerdì 17 febbraio 2017

Né cattolici progressisti, né cattolici conservatori - Ni católicos progresistas, ni católicos conservadores







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Riportiamo alcuni brani del articolo di Luigi Copertino, pubblicato nel blog di Maurizio Blondet sotto il titolo "A PROPOSITO DEL BANNON PENSIERO  REPLICA AD ANTONIO SOCCI, che potete leggere nella sua versione integrale qua 



[...]  Tuttavia per molte altre questioni in Trump fa capolino quanto di peggio abbiamo già conosciuto nell’epoca (neo)cons del bushismo e questo perché alla base della sua visione politica sussiste lo stesso paradigma “anglo-conservatore” che caratterizza la destra americana e che, complici alcune centrali culturali italiane, ha da anni contagiato anche diversi settore tradizionalisti del mondo cattolico italico.

Una delle vittime più in vista del contagio in questione è Antonio Socci, un bravo giornalista che lo scrivente pure apprezza sul piano spirituale quando difende l’identità cattolica. Socci, more solito, troppo entusiasta ha definito “non banale” il Bannon-pensiero che è sostanzialmente fondato sull’equivoco concetto, molto retorico, delle “radici giudaico-cristiane” dell’Occidente. Come si diceva Stephen Bannon è della cerchia del cardinal Burke, quindi è un cattolico di formazione conservatrice e come tale mostra di muovere dalla sottesa, forse inconsapevole, ma certo errata considerazione della Chiesa quale istituzione occidentale più che universale. [...]

[...] Del resto, come lo stesso Socci, forse spaventato dalle conseguenze del clima rissoso che si è creato nella Chiesa ed al quale anche lui con i suoi recenti libri e articoli ha contribuito, ha avuto modo di scrivere che ha intenzione di ritrarsi dall’agone della polemica antibergogliana non volendo confondere le sue critiche con la volgarità degli attacchi più pesanti alla persona dell’attuale Pontefice.

E fa bene Socci a ritrarsi. Anche lo scrivente che, pur non essendo affatto un cattolico “progressista”, non ha mai avuto in eccessiva simpatia i cattolici conservatori, rivendica da cattolico il diritto di essere altrove ossia, salvo il magistero, di usare con rispetto il diritto-dovere di critica, all’occorrenza, ma tanto contro Trump/Bannon/Burke che Bergoglio/Kasper/Melloni [...]

[...] Quel che però né Bannon né Socci ci dicono è dove mai, nella  storia, sarebbe comparso un capitalismo che non ha considerato le persone come merci e come cose da usare e poi gettare. Nel 1891, ossia in quel periodo storico che stando a Bannon avrebbe segnato l’apogeo del trionfo del Cristianesimo nel mondo, un vecchio Papa, che da vescovo in Belgio aveva ben conosciuto la durezza del capitalismo – e non si trattava del capitalismo finanziario ed apolide attuale allontanatosi dalle sue presunte radici “giudeo-cristiane” ma proprio di quel capitalismo patriarcale ed antico al quale nostalgicamente occhieggia Bannon –, parliamo di Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, pubblicava la “Rerum novarum cupiditas”, la più nota enciclica sociale della Chiesa, protestando che “il lavoro non è merce” e chiedendo l’intervento mitigatore e riparatore dello Stato contro gli abusi criminali del capitalismo ai danni degli operai. Il povero ma coraggioso Papa Pecci divenne immediatamente la bestia nera di tutta la classe dirigente liberale del mondo, della stampa da essa controllata e delle logge massoniche, non solo italiane, ancora gaudenti della recente conquista della città eterna per le armi sabaudo-piemontesi. Fustigato dalle élite del suo tempo, Papa Leone XIII ebbe invece la consolazione di vedersi confermato l’amore sincero del popolo cattolico, specie di quello operaio e contadino [...]

[...] Vorremmo aggiungere, alle osservazioni di Cardini, che l’altro grande equivoco sul quale tenta di reggersi il pensiero conservatore anglo-americano sta nella, spesso inavvertita dai cattolici alla Socci, confusione tra la nozione moderna di “individuo” e quella cattolica e tradizionale di “persona”. Mentre quest’ultima trova base addirittura nello stesso dogma cristiano trinitario, sicché l’uomo può dirsi persona proprio perché Persona nelle relazioni intra-trinitarie è Dio, l’individuo è un concetto astratto ed irrelato concepito dal razionalismo moderno in contrapposizione/giustapposizione con lo Stato leviatano. Mentre la persona è sempre definita dal suo essere in relazione con l’altro – relazione familiare, comunale, professionale, nazionale, ecclesiale, etc. – sicché essa è sempre concreta, spirito anima e carne, l’individuo al contrario è solipsista e per questo senza autentica consistenza effettuale.

Questa invalicabile differenza spiega perché mai pur essendo il Cristianesimo fede di salvezza della singola persona, tale salvezza, al tempo stesso, non è conseguibile – salvo gli imperscrutabili disegni di Dio – al di fuori del Corpo Mistico di Cristo ossia al di fuori di quella Comunità gerarchica che è la Chiesa apostolica.

martedì 31 gennaio 2017

Benedetto XVI: Leggi su eutanasia, aborto e unioni gay sono reali minacce per pace - Benedicto XVI: el aborto, la eutanasia y las bodas gay afectan la paz mundial




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" Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.

Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. 

Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.

Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.

Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.

Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia
Tra i diritti umani basilari, anche per la vita pacifica dei popoli, vi è quello dei singoli e delle comunità alla libertà religiosa. In questo momento storico, diventa sempre più importante che tale diritto sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come libertà da – ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religione –, ma anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinali e i fini istituzionali che sono loro propri. Purtroppo, anche in Paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segni identitari della propria religione.

L’operatore di pace deve anche tener presente che, presso porzioni crescenti dell’opinione pubblica, le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.


Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui « a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti » [4]. In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti".

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE , BENEDETTO XVI, PER LA CELEBRAZIONE DELLA  XLVI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE,  1° GENNAIO 2013, qua 

 "El camino para la realización del bien común y de la paz pasa ante todo por el respeto de la vida humana, considerada en sus múltiples aspectos, desde su concepción, en su desarrollo y hasta su fin natural. Auténticos trabajadores por la paz son, entonces, los que aman, defienden y promueven la vida humana en todas sus dimensiones: personal, comunitaria y transcendente. La vida en plenitud es el culmen de la paz. Quien quiere la paz no puede tolerar atentados y delitos contra la vida.

Quienes no aprecian suficientemente el valor de la vida humana y, en consecuencia, sostienen por ejemplo la liberación del aborto, tal vez no se dan cuenta que, de este modo, proponen la búsqueda de una paz ilusoria. La huida de las responsabilidades, que envilece a la persona humana, y mucho más la muerte de un ser inerme e inocente, nunca podrán traer felicidad o paz. En efecto, ¿cómo es posible pretender conseguir la paz, el desarrollo integral de los pueblos o la misma salvaguardia del ambiente, sin que sea tutelado el derecho a la vida de los más débiles, empezando por los que aún no han nacido? Cada agresión a la vida, especialmente en su origen, provoca inevitablemente daños irreparables al desarrollo, a la paz, al ambiente. Tampoco es justo codificar de manera subrepticia falsos derechos o libertades, que, basados en una visión reductiva y relativista del ser humano, y mediante el uso hábil de expresiones ambiguas encaminadas a favorecer un pretendido derecho al aborto y a la eutanasia, amenazan el derecho fundamental a la vida.

También la estructura natural del matrimonio debe ser reconocida y promovida como la unión de un hombre y una mujer, frente a los intentos de equipararla desde un punto de vista jurídico con formas radicalmente distintas de unión que, en realidad, dañan y contribuyen a su desestabilización, oscureciendo su carácter particular y su papel insustituible en la sociedad.

Estos principios no son verdades de fe, ni una mera derivación del derecho a la libertad religiosa. Están inscritos en la misma naturaleza humana, se pueden conocer por la razón, y por tanto son comunes a toda la humanidad. La acción de la Iglesia al promoverlos no tiene un carácter confesional, sino que se dirige a todas las personas, prescindiendo de su afiliación religiosa. Esta acción se hace tanto más necesaria cuanto más se niegan o no se comprenden estos principios, lo que es una ofensa a la verdad de la persona humana, una herida grave inflingida a la justicia y a la paz

Por tanto, constituye también una importante cooperación a la paz el reconocimiento del derecho al uso del principio de la objeción de conciencia con respecto a leyes y medidas gubernativas que atentan contra la dignidad humana, como el aborto y la eutanasia, por parte de los ordenamientos jurídicos y la administración de la justicia.

Entre los derechos humanos fundamentales, también para la vida pacífica de los pueblos, está el de la libertad religiosa de las personas y las comunidades. En este momento histórico, es cada vez más importante que este derecho sea promovido no sólo desde un punto de vista negativo, como libertad frente –por ejemplo, frente a obligaciones o constricciones de la libertad de elegir la propia religión–, sino también desde un punto de vista positivo, en sus varias articulaciones, como libertad de, por ejemplo, testimoniar la propia religión, anunciar y comunicar su enseñanza, organizar actividades educativas, benéficas o asistenciales que permitan aplicar los preceptos religiosos, ser y actuar como organismos sociales, estructurados según los principios doctrinales y los fines institucionales que les son propios. Lamentablemente, incluso en países con una antigua tradición cristiana, se están multiplicando los episodios de intolerancia religiosa, especialmente en relación con el cristianismo o de quienes simplemente llevan signos de identidad de su religión.

El que trabaja por la paz debe tener presente que, en sectores cada vez mayores de la opinión pública, la ideología del liberalismo radical y de la tecnocracia insinúan la convicción de que el crecimiento económico se ha de conseguir incluso a costa de erosionar la función social del Estado y de las redes de solidaridad de la sociedad civil, así como de los derechos y deberes sociales. Estos derechos y deberes han de ser considerados fundamentales para la plena realización de otros, empezando por los civiles y políticos.

Uno de los derechos y deberes sociales más amenazados actualmente es el derecho al trabajo. Esto se debe a que, cada vez más, el trabajo y el justo reconocimiento del estatuto jurídico de los trabajadores no están adecuadamente valorizados, porque el desarrollo económico se hace depender sobre todo de la absoluta libertad de los mercados. El trabajo es considerado una mera variable dependiente de los mecanismos económicos y financieros. A este propósito, reitero que la dignidad del hombre, así como las razones económicas, sociales y políticas, exigen que « se siga buscando como prioridad el objetivo del acceso al trabajo por parte de todos, o lo mantengan »[4]. La condición previa para la realización de este ambicioso proyecto es una renovada consideración del trabajo, basada en los principios éticos y valores espirituales, que robustezca la concepción del mismo como bien fundamental para la persona, la familia y la sociedad. A este bien corresponde un deber y un derecho que exigen nuevas y valientes políticas de trabajo para todos.".

MENSAJE DE SU SANTIDAD BENEDICTO XVI PARA LA CELEBRACIÓN DE LA  XLVI JORNADA MUNDIAL DE LA PAZ, 1 DE ENERO DE 2013, acá 



lunedì 30 gennaio 2017

Incontro con il mondo della sofferenza, discorso di Benedetto XVI- Encuentro con el mundo del sufrimiento, discurso de Benedicto XVI







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Davanti alla sofferenza, la malattia e la morte, l’uomo è tentato di gridare sotto l’effetto del dolore, come ha fatto Giobbe, il cui nome significa ‘sofferente’ (cfr Gregorio Magno, Moralia in Job, I, 1, 15). Gesù stesso ha gridato poco prima di morire (cfr Mc 15,37; Eb 5,7). Quando la nostra condizione si degrada, l’angoscia aumenta; alcuni sono tentati di dubitare della presenza di Dio nella loro esistenza. Giobbe, al contrario, è consapevole della presenza di Dio nella sua vita; il suo grido non si fa ribellione, ma, dal profondo della sua sventura, egli fa emergere la sua fiducia (cfr Gb 19;42,2-6). 
I suoi amici, come ognuno di noi davanti alla sofferenza di una persona cara, si sforzano di consolarlo, ma usano delle parole vuote.

In presenza di sofferenze atroci, noi ci sentiamo sprovveduti e non troviamo le parole giuste. Davanti ad un fratello o una sorella immerso nel mistero della Croce, il silenzio rispettoso e compassionevole, la nostra presenza sostenuta dalla preghiera, un gesto di tenerezza e di conforto, uno sguardo, un sorriso, possono fare più che tanti discorsi. Questa esperienza è stata vissuta da un piccolo gruppo di uomini e donne tra i quali la Vergine Maria e l’Apostolo Giovanni, che hanno seguito 
Gesù al culmine della sua sofferenza nella sua passione e morte sulla Croce. Tra costoro, ci ricorda il Vangelo, c’era un africano, Simone di Cirene. 
Egli venne incaricato di aiutare Gesù a portare la Sua Croce sul cammino verso il Golgota. Quest’uomo, anche se involontariamente, è venuto in aiuto all’Uomo dei dolori, abbandonato da tutti i suoi e consegnato ad una violenza cieca. La storia ricorda dunque che un africano, un figlio del vostro continente, ha partecipato, con la sua stessa sofferenza, alla pena infinita di Colui che ha redento tutti gli uomini compresi i suoi persecutori. Simone di Cirene non poteva sapere che egli aveva il suo Salvatore davanti agli occhi. Egli è stato “requisito” per aiutarlo (cfr Mc 15,21); egli fu costretto, forzato a farlo. 

E’ difficile accettare di portare la croce di un altro. E’ solo dopo la risurrezione che egli ha potuto comprendere quello che aveva fatto. Così è per ciascuno di noi, fratelli e sorelle: al cuore della disperazione, della rivolta, il Cristo ci propone la Sua presenza amabile anche se noi fatichiamo a comprendere che egli ci è accanto. Solo la vittoria finale del Signore ci svelerà il senso definitivo delle nostre prove.

Non si può forse dire che ogni Africano è in qualche modo membro della famiglia di Simone di Cirene? Ogni Africano e ogni sofferente aiutano Cristo a portare la sua Croce e salgono con Lui al Golgota per risuscitare un giorno con Lui. Vedendo l’infamia di cui è oggetto Gesù, contemplando il suo volto sulla Croce, e riconoscendo l’atrocità del suo dolore, possiamo intravvedere, con la fede, il volto luminoso del Risorto che ci dice che la sofferenza e la malattia non avranno l’ultima parola nelle nostre vite umane. 


Io prego, cari fratelli e sorelle, perché vi sappiate riconoscere in questo ‘ Simone di Cirene’. Prego, cari fratelli e sorelle malati, perché molti ‘Simone di Cirene’ vengano anche al vostro capezzale.


Dopo la risurrezione e fino ad oggi, molti sono i testimoni che si sono rivolti, con fede e speranza, al Salvatore degli uomini, riconoscendo la Sua presenza al centro della loro prova. Il Padre di tutte le misericordie accoglie sempre con benevolenza la preghiera di chi si rivolge a Lui. Egli risponde alla nostra invocazione e alla nostra preghiera come Egli vuole e quando vuole, per il nostro bene e non secondo i nostri desideri. Sta a noi discernere la sua risposta e accogliere i doni che Egli ci offre come una grazia. Fissiamo il nostro sguardo sul Crocifisso, con fede e coraggio, perché da Lui provengono la Vita, il conforto, le guarigioni. Sappiamo guardare Colui che vuole il nostro bene e sa asciugare le lacrime dei nostri occhi; sappiamo abbandonarci nelle sue braccia come un bambino nelle braccia della mamma.

INCONTRO CON IL MONDO DELLA SOFFERENZA, DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI. di Yaoundé Giovedì, 19 marzo 2009, leggere il testo completo qua


Ante la presencia de sufrimientos atroces, nos sentimos desarmados y no encontramos las palabras adecuadas. Ante un hermano o hermana sumido en el misterio de la Cruz, el silencio respetuoso y compasivo, nuestra presencia apoyada por la oración, una mirada, una sonrisa, pueden valer más que tantos razonamientos. Un pequeño grupo de hombres y mujeres vivió esta experiencia, entre ellos la Virgen María y el Apóstol Juan, que siguieron a Jesús hasta el culmen de su sufrimiento en su pasión y muerte en la cruz. Entre ellos, nos dice el Evangelio, había un africano, Simón de Cirene. A él le encargaron ayudar a Jesús a llevar su cruz en el camino del Gólgota. Este hombre, aunque involuntariamente, ha ayudado al Hombre de dolores, abandonado por todos y entregado a una violencia ciega. La historia, pues, nos recuerda que un africano, un hijo de vuestro Continente, participó con su propio sufrimiento en la pena infinita de Aquel que ha redimido a todos los hombres, incluidos sus perseguidores. Simón de Cirene no podía saber que tenía ante sí a su Salvador. Fue “reclutado” para ayudar (cf. Mc 15,21); se vio obligado, forzado a hacerlo. Es difícil aceptar llevar la cruz de otro. Sólo después de la resurrección pudo entender lo que había hecho. Así sucede con cada uno de nosotros, hermanos y hermanas: en la cúspide de la desesperación, de la rebelión, Cristo nos propone su presencia amorosa, aunque cueste entender que Él está a nuestro lado. Sólo la victoria final del Señor nos revelará el sentido definitivo de nuestras pruebas.
¿Acaso no puede decirse que todo africano es de algún modo miembro de la familia de Simón de Cirene? Cada africano y cada uno que sufre, ayudan a Cristo a llevar su Cruz y ascienden con Él al Gólgota para resucitar un día con Él. Al ver la infamia que se le hace a Jesús, contemplando su rostro en la Cruz y reconociendo la atrocidad de su dolor, podemos vislumbrar, por la fe, el rostro radiante del Resucitado que nos dice que el sufrimiento y la enfermedad no tendrán la última palabra en nuestra vida humana. Rezo, queridos hermanos y hermanas, para que os sepáis reconocer en este “Simón de Cirene”. Pido, queridos hermanas y hermanos enfermos, que se acerquen también a vuestra cabecera muchos “Simón de Cirene”.
Después de la resurrección, y hasta hoy, hay muchos testigos que se han dirigido, con fe y esperanza, al Salvador de los hombres, reconociendo su presencia en medio de su prueba. El Padre de toda misericordia acoge siempre con benevolencia la oración de quien se dirige a Él. Responde a nuestra invocación y nuestra plegaria como quiere y cuando quiere, para nuestro bien y no según nuestros deseos. A nosotros nos toca discernir su respuesta y acoger como una gracia los dones que nos ofrece. Fijemos nuestros ojos en el Crucificado, con fe y valor, pues de Él proviene la Vida, el consuelo, la sanación. Miremos a Aquel que desea nuestro bien y sabe enjugar las lágrimas de nuestros ojos; aprendamos a abandonarnos en sus brazos como un niño pequeño en los brazos de su madre.
Discurso de Benedicto XVI, YAUNDÉ, viernes 20 de marzo de 2009 leer el texto completo acá

venerdì 27 gennaio 2017

Ancora su Benedetto XVI e il Concilio Vaticano II - Más sobre Benedicto XVI y el Concilio Vaticano II





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Ratzinger e il Concilio: «Lì fu chiaro chi fa la Chiesa: l’azione dello Spirito»

12 Marzo 2013 | Emmanuele Michela

Quanto è attuale oggi, giorno d’apertura del Conclave, la lezione di Benedetto XVI sul “Concilio dei Padri” e quello “dei media”. Lo spiega don Andrea Bellandi.

Giorni di Conclave, congregazioni, incontri e dialoghi. Il futuro della Chiesa inizia a delinearsi oggi, con l’ingresso questo pomeriggio dei Cardinali nella Cappella Sistina per eleggere il 266esimo Papa della storia. Tra indiscrezioni, pronostici, favoriti e “papabili”, tanti giornali sono caduti nel rischio di tratteggiare l’evento solo come un gioco di strategia e potere, parole fin troppo inflazionate quando si parla di Chiesa. Ma appena prima di ritirarsi Benedetto XVI ha avuto parole anche per la Chiesa dipinta dai media, raccontando, durante l’incontro col clero romano, uno dei momenti fondamentali della sua formazione e di tutta la storia ecclesiale: il Concilio Vaticano II. Una lezione ricca e puntuale, dove emerge tutta la straordinarietà di quell’evento, il clima cordiale che spinse i partecipanti ad abbandonare l’atmosfera già “preconfezionata” per potersi invece conoscere un po’ meglio, e un affondo finale sulla differenza tra il “Concilio dei Padri” e il “Concilio dei media”. Temi che abbiamo approfondito insieme a don Andrea Bellandi, docente di Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.  

Pochi giorni dopo l’annuncio della sua rinuncia, Benedetto XVI ha parlato del Concilio Vaticano II. Che importanza ha rifarsi in questo momento a quell’evento così significativo?
Credo che la ragione stia nella frase che il Papa ha citato anche all’ultimo discorso ai cardinali, quella di Romano Guardini: «La Chiesa si risveglia nelle anime». Per Ratzinger il Concilio Vaticano II è un evento di importanza ecclesiale enorme, dove la Chiesa si è riscoperta nuovamente nella sua natura più profonda. In fondo, i documenti principali del Concilio guardano alle questioni cardine della Chiesa, ossia la liturgia come sua radice frutto dell’iniziativa di Dio, poi la parola di Dio con la costituzione Dei Verbum, la Lumen Gentium sulla Chiesa e infine la Gaudium et Spes per la Chiesa nel mondo contemporaneo.

Che importanza ha avuto il Concilio per la formazione di Benedetto XVI?
È stata una straordinaria esperienza, vissuta con grande entusiasmo. Intanto lo ha messo a contatto con alcune figure molto grandi: vescovi, teologi come De Lubac, Rahner, Congar… Poi gli ha offerto la possibilità di assaporare un respiro universale della Chiesa, in un momento in cui si stava già delineando quel processo che ora purtroppo vediamo in tutte le sue conseguenze, cioè il suo distacco dalla vita della gente. In quel Concilio si è ripresa in mano la necessità della testimonianza che la Chiesa deve offrire al mondo. Per Ratzinger tutto ciò ha rappresentato la possibilità di influire su alcuni dei fondamenti di quel momento cruciale della Chiesa. Come ad esempio la Dei Verbum: la domanda allora era se la rivelazione venisse comunicata all’uomo solo attraverso Scrittura, e quindi se questa si riducesse al solo testo, oppure se fosse espressione di una vita consegnata da Cristo alla Chiesa, dentro alla quale la Scrittura stessa gioca il suo ruolo. Il discorso ovviamente rimane attuale anche oggi: si incontra il Signore nella sola Parola, o nella vita del suo corpo?
Singolare poi è leggere quel passaggio in cui il Papa racconta del clima un po’ preconfezionato dei primi giorni di Congresso e di come i cardinali chiesero tempo per conoscersi un po’, ed essere soggetti loro stessi del Congresso…

lunedì 23 gennaio 2017

Benedetto XVI e il Concilio Vaticano II - Benedicto XVI y el Concilio Vaticano II






“La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi” (Benedetto XVI) qua


"La Iglesia es, antes como después del Concilio, la misma Iglesia, una, santa, cátólica y apostólica en camino a través de los tiempos" (Benedicto XVI)


El texto en español está abajo

"siamo alla vigilia del giorno in cui celebreremo i cinquant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e l’inizio dell’Anno della fede. Con questa Catechesi vorrei iniziare a riflettere - con qualche breve pensiero - sul grande evento di Chiesa che è stato il Concilio, evento di cui sono stato testimone diretto. Esso, per così dire, ci appare come un grande affresco, dipinto nella sua grande molteplicità e varietà di elementi, sotto la guida dello Spirito Santo. E come di fronte a un grande quadro, di quel momento di grazia continuiamo anche oggi a coglierne la straordinaria ricchezza, a riscoprirne particolari passaggi, frammenti, tasselli.

Il Beato Giovanni Paolo II, alle soglie del terzo millennio, scrisse: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57). Penso che questa immagine sia eloquente. I documenti del Concilio Vaticano II, a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti, sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta" Benedetto XVI Udienza generale Mercoledì, 10 ottobre 2012, per saperne di più qua 




"Etrambi, lefebvriani e cattoprogressisti, hanno in Ratzinger e Wojtyla i loro avversari perché questi due grandi papi e uomini di Dio hanno indicato la vera interpretazione del Concilio, come una riforma nella continuità.

Io sono un convintissimo sostenitore dell’ermeneutica dei due grandi papi, che poi è l’ermeneutica della Chiesa Cattolica. Ritengo cioè che il Concilio Vaticano II sia uno dei tanti Concili della Chiesa, DA LEGGERE DUNQUE DENTRO TUTTA LA SUA TRADIZIONE.

Cosicché anche eventuali punti critici (e pure io ne ho rilevati diversi) o espressioni che si prestano a interpretazioni sbagliate (perché si scelse di scrivere quei testi in uno stile letterario molto bello, ma che è suscettibile di forzature), trovano nel Magistero di sempre della Chiesa la loro giusta lettura e correzione.

I pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno provvidenzialmente corretto le interpretazioni “moderniste” che avevano portato – fra l’altro – anche ai noti e tristissimi abusi liturgici.

In questo senso viva il Concilio che ci è stato fatto conoscere e apprezzare da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI" (Antonio Socci, Viva il Concilio cattolicamente interpretatoqua).




"Benedetto XVI si è soffermato anche sul Concilio Vaticano II dicendo che «noi siamo la Chiesa, tutti insieme, non una struttura. Ma noi cristiani siamo il corpo della Chiesa». Ha ricordato le discussioni sul concetto di “collegialità” nella Chiesa affermando che nei lavori conciliari ci fu su questo tema «una discussione esagerata, forse accanita». Ma, ha chiarito, «non si è trattato di una lotta di potere ma una ricerca di completezza nel corpo della Chiesa» affermando che i vescovi sono «elemento portante della Chiesa». C’è ancora «molto da fare per arrivare ad una lettura delle Sacre Scritture nello spirito del Concilio, non è ancora completa».
Il Papa ha pronunciato parole chiarissime spiegando che c’è stato un concilio dei padri, ma anche uno dei media. Mentre il primo «si realizzava all’interno della fede, cercando di rispondere alla sfida di Dio», il secondo («il concilio dei giornalisti», lo ha definito) è rimasto «dentro le categorie dei media, fuori dalla fede, dentro una lotta politica e di potere tra diverse correnti dentro la Chiesa». E i media lo hanno «letto entro questa lettura, confacente al mondo loro». Per loro «la parte da approvare era quella sul potere. E sappiamo che c’erano traduzioni e banalizzazioni» che negli anni «sono state violente nella prassi dell’applicazione della riforma liturgica. E così anche nella scrittura storica del libro».
Questo concilio dei media «ha creato tante calamità e problemi, miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata». Il Papa ha poi detto che, a causa di queste lettura errata, «il vero concilio ha avuto difficoltà a realizzarsi perché quello virtuale pareva più forte di quello reale». Ma, oggi, quello reale ha più forza» e quello virtuale si è rivelato vano: «Si rompe e si perde». Per questo «il nostro compito in questo Anno della Fede è lavorare perché il vero concilio si realizzi. Speriamo che il signore ci aiuti. Io sarò sempre con voi, andiamo avanti col Signore. Vince il Signore» "  Articoli di Tempiqua e qua




"Vorrei adesso aggiungere ancora un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via.

Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, cominciando da questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito Santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa. Speriamo che il Signore ci aiuti. Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi, e insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: Vince il Signore! Grazie!" Benedetto XVI, qua 




"Estamos en la víspera del día en que celebraremos los cincuenta años de la apertura del concilio ecuménico Vaticano II y el inicio del Año de la fe. Con esta Catequesis quiero comenzar a reflexionar —con algunos pensamientos breves— sobre el gran acontecimiento de Iglesia que fue el Concilio, acontecimiento del que fui testigo directo. El Concilio, por decirlo así, se nos presenta como un gran fresco, pintado en la gran multiplicidad y variedad de elementos, bajo la guía del Espíritu Santo. Y como ante un gran cuadro, de ese momento de gracia incluso hoy seguimos captando su extraordinaria riqueza, redescubriendo en él pasajes, fragmentos y teselas especiales.

El beato Juan Pablo II, en el umbral del tercer milenio, escribió: «Siento más que nunca el deber de indicar el Concilio como la gran gracia que la Iglesia ha recibido en el siglo XX. Con el Concilio se nos ha ofrecido una brújula segura para orientarnos en el camino del siglo que comienza» (Novo millennio ineunte, 57). Pienso que esta imagen es elocuente. Los documentos del concilio Vaticano II, a los que es necesario volver, liberándolos de una masa de publicaciones que a menudo en lugar de darlos a conocer los han ocultado, son, incluso para nuestro tiempo, una brújula que permite a la barca de la Iglesia avanzar mar adentro, en medio de tempestades o de ondas serenas y tranquilas, para navegar segura y llegar a la meta" Benedicto XVI, para leer todo acá.






"INÉDITO DEL SANTO PADRE BENEDICTO XVI
PUBLICADO CON OCASIÓN DEL 50 ANIVERSARIO
DE LA APERTURA DEL CONCILIO VATICANO II
Fue un día espléndido aquel 11 de octubre de 1962, en el que, con el ingreso solemne de más de dos mil padres conciliares en la basílica de San Pedro en Roma, se inauguró el concilio Vaticano II. En 1931 Pío XI había dedicado este día a la fiesta de la Divina Maternidad de María, para conmemorar que 1500 años antes, en 431, el concilio de Éfeso había reconocido solemnemente a María ese título, con el fin de expresar así la unión indisoluble de Dios y del hombre en Cristo. El Papa Juan XXIII había fijado para ese día el inicio del concilio con la intención de encomendar la gran asamblea eclesial que había convocado a la bondad maternal de María, y de anclar firmemente el trabajo del concilio en el misterio de Jesucristo. Fue emocionante ver entrar a los obispos procedentes de todo el

Coroncina alla Divina Misericordia

Coroncina della Divina Misericordia
(Dice Gesù a Santa Faustina Kowalska): “Oh! che grandi grazie concederò alle anime che reciteranno questa coroncina” (Diario, 848). “Con essa otterrai tutto, se quello che chiedi è conforme alla mia volontà”. (Diario, 1731). “Recita continuamente la coroncina che ti ho insegnato. Chiunque la reciterà, otterrà tanta Misericordia nell’ora della morte. ” Gesù ha raccomandato di recitare la coroncina a qualsiasi ora ma in particolare nell'ora della propria morte, ossia le 3 del pomeriggio, che Lui stesso ha chiamato un'ora di grande misericordia per il mondo intero. "In quell'ora dice Gesù non rifiuterò nulla all'anima che Mi prega per la Mia Passione" (Diario, 687)..

Coronilla de la Divina Misericordia

Coronilla de la Divina Misericordia
(Dice Gesù a Santa Faustina Kowalska)“Por el rezo de este Rosario, me complace dar todo lo que me pidan. Quien lo rece, alcanzará gran Misericordia en la hora de su muerte. Aunque sea un pecador empedernido, si reza este Rosario, aunque sea una sola vez, logrará la gracia de mi infinita Misericordia”.“Si se reza este Rosario delante de los moribundos, se calma la ira de Dios, y su insondable Misericordia se apodera de su alma. Cuando recen este Rosario al lado del moribundo, me pondré entre el Padre y el alma moribunda, no como justo Juez, sino como Redentor Misericordioso”.

"Se stai cercando Dio e non sai da che parte cominciare, impara a pregare e assumiti l'impegno di farlo ogni giorno..."(Teresa di Calcutta)

Si estás buscando a Dios y no sabes como empezar, aprende a rezar, asume el compromiso de hacerlo cada día...(Teresa de Calcuta)

Apparizioni di Garabandal: Un avviso, un miracolo, un castigo (clic sull'immagine)

Apariciones de Garabandal: Un Aviso, un Milagro, un Castigo (Clic sobre la imagen)

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